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E COME POTEVA NON ESSERE ALTRIMENTI ?
FIN DA BAMBINO AFFASCINATO, APPASSIONATO, MALATO D'IMMERSIONI CHE CON AUTORESPIRATORI DI VARIO TIPO PRATICO DAL 1981, E FREQUENTATORE DELLA MONTAGNA, SPESSO SOTTO I SUOI OCCHI ARMEGGIO NEI PREPARATIVI CON BOMBOLE, PINNE, MASCHERE, EROGATORI, CORDE, ZAINI, SCI, RAMPONI E PICCOZZE.
LA SUA MENTE FRESCA, LIMPIDA E DIRETTA E' COSI' CHE MI VEDE.
QUI RACCONTO CON FOTO, VIDEO E PAROLE DI TUFFI ED ASCENSIONI.

mercoledì 30 novembre 2005

--immersioni: "Relitto AIDA: LA NAVE AFFONDATA DUE VOLTE"





Navigando su tutto il Mar Rosso più volte ci si può imbattere in relitti di navi di tutte le epoche. Le cause di questi naufragi sono le più svariatie: avarie, incagliamenti, siluramenti, errori umani, maltempo. Ogni nave che ha seguito questa fine, purtroppo a volte portandosi dietro anche delle vittime, ha una propria storia con un proprio destino che ne delineano una quasi ben definita personalità. L'AIDA è la nave che è affondata due volte...La prima durante la seconda guerra mondiale quando, con altro nome e battente bandiera britannica, fu colpita da un aereo tedesco finendo in un basso fondale. Risollevata, recuperata e rimessa a posto dal governo egiziano, che nel frattempo l'aveva comperata, fu adibita al servizio approvigionamento fari lungo le coste del maro Rosso. Durante una di queste missioni presso il faro posizionato sopra uno di due lontani isolotti persi nel mare chiamati EL AKHAWEIN (tradotto dall'arabo I FRATELLI, o come sono più conosciute BROTHERS ISLANDS), nel settembre del 1957 con gli organi di governo in avaria, impotente preda di una violenta mareggiata e di una corrente fortissima, andava prima a cozzare fracassandosi contro la scogliera e poi scivolava per sempre giù a fondo. Sopra un piccolissimo gommone ZODIAC con le attrezzature subacquee in spalla, ci stiamo dirigendo un po' a fatica alla volta dell'Aida, sballottati da un mare con onde tutte sfilacciate da spumose creste. Il marinaio alla barra dello scoppiettante fuoribordo toglie gas alla manetta del motore. Osserva la costa per essere ben sicuro di trovarsi sopra la verticale del relitto e quindi ci da il segnale per tuffarci. Di schiena ci lasciamo cadere, capovolgendoci, in acqua. Di colpo il rumore del vento, del frangersi dei marosi, del motore e dello sciacquio, sono sostituiti dal silenzio. Siamo avvolti da una massa blu in movimento, c'è un'impressionante corrente che decisa va da nord a sud e ci costringe con energiche pinneggiate a trovare al più presto un riparo. La morfologia subacquea è particolare, il piatto isolotto sul quale è posizionato il faro è circondato da un bassofondo corallino largo non più di qualche metro, che d'improvviso poi precipita giù con una verticale falesia sommersa per una quarantina di metri. I resti dell'Aida sono sparsi tra la superficie, solo qualche trave arrugginita, ed il fondo. Il grosso del relitto si trova tra i 30 ed i 65 metri. La prua praticamente non esiste più, è tutta rotta e spaccata, in un groviglio di marchingegni marittimi ammucchiati qua e là. Il resto della nave è appoggiato sul ripido fondo. Per trovare riparo alla corrente, scavalchiamo la murata di sinistra per trovarci su quello che rimane della "coperta" della nave, e quindi ci infiliamo immediatamente dopo in un corridoio che ha degli oblò dal quale possiamo osservare il mare fuori. Incrociamo due pesci angelo ed una volta usciti da questo cunicolo di ferro, entriamo nell'enorme stiva. Tra le ordinate ci sono dei pezzi rotti di lavandini, ma la cosa che colpisce la vista è la presenza di un incredibile numero di ALCIONARI rossi, un corallo molle, che praticamente ricopre ogni centimetro quadrato. E' un'esplosione cremisi, un flash che contrasta il blu scuro del mare fuori in alto sul tetto sfondato: bellissimo! Scendiamo nella parte più bassa della stiva dove per forza di gravità si sono ammucchiati svariati materiali tutti ricoperte di concrezioni madreporiche. Siamo a 55 metri e vediamo uno squarcio che ci consente di uscire fuori dalla nave. Ci ritroviamo nuovamente ancora in balia della furiosa corrente. Per non allontanarci, con energia pinneggiamo per non perdere terreno, o per meglio dire acqua. Raggiungiamo la "ruota" di poppa della nave centrata in basso dall'enorme elica sulla quale ci aggrappiamo con tutte e due le mani rimanendo a sbandierare al solido vento liquido. Anche qui a 65 metri ci sono degli alcionari. Sotto di noi, un inclinatissimo fondale di bianchissima sabbia corallina invitantemente ci tenta! Questo, però, è il punto di ritorno. Immobili, ci godiamo il momento dentro il mare prima d'iniziare l'ascesa. Ci reinfiliamo nella nave e con l'aiuto dei fari subacquei scrutiamo nei pertugi più bui dove trovano riparo cernie puntecchiate, glassfish e pesci leone. Il rosso degli alcionari non annoia mai la vista, ci tengono compagnia per tutta la salita fino a 30 metri dove, per forza di cose, ci lasciamo alle spalle le strutture ferrose. A questo punto la corrente però non la contrastiamo più, la useremo invece a nostro favore viaggiandoci dentro mentre smaltiamo i minuti di decompressione prima di riemergere, nell'unico punto di ridosso possibile dell'isolotto, nei pressi dell'ancoraggio della barca. Riflettendoci pensiamo ai poveri marinai che con la nave in avaria, completamente ingovernabile, dovettero combattere una battaglia persa in partenza contro gli elementi del mare scatenati. Il destino dell'AIDA era segnato definitivamente. Così affondò la seconda volta.