UNA SETTIMANA DOPO.
Viste le ottime condizioni di visibilità trovate in grotta sette giorni fa, ne approfittiamo per un altro tuffo.
Per movimentare tutte le attrezzature sub caricate in spalla ci siamo sobbarcati, sudando e faticando non poco, ancora svariati viaggi in salita ed altrettanti in discesa camminando sul ripido sentierino, più la nuotata subacquea lunga ad occhio e croce circa 800 metri dentro il budello...
Al termine di questa giornata dedicata in apparenza alla speleosubacquea, ma concretamente al bruciar calorie, prima ancora di mettere qualcosa di solido sotto i denti alla fine, il livello degli zuccheri nel nostro sangue doveva essere di sicuro ben basso. Per una sessantina di minuti d'immersione, avevamo faticato fisicamente fuori dell'acqua stracarichi come dei portatori Hymalaiani per circa 5-6 ore, aggiungendoci naturalmente anche il carico mentale della faccenda.
Nonostante queste premesse dopo una settimana ci siamo ritrovati nuovamente nello stesso posto per continuare il viaggio.
Arrivati al termine del tratto automobilistico, mettendo i piedi a terra ci accorgiamo che anche se al momento c'è il sole, in nottata ha piovuto.
Immaginabili i disagi che affronteremo sul ripido viottolo boscoso d'avvicinamento reso ulteriormente scivoloso dal fango. Effettuaimo una prima discesa scarichi per posizionare le corde corrimano.
Via poi per discese e risalite, con qualche inevitabile scivolone con ammaccature, patacche di fango ed inevitabili parolacce ed altro.
Oggi penetreremo la grotta in due squadre distanziate di dieci minuti l'una dall'altra.
Con il mio buddy vediamo sparire nella piccola pozza i tre amici che ci precedono. Neanche qualche secondo, e le loro luci svaniscono inghiottiti da qualche tortuosità.
Effettuiamo quindi le ultime regolazioni nell'attesa che giunga il nostro momento. Andiamo.
E' come l'altra volta: clic, l'interruttore della luce naturale si spegne.
Nel ripercorrere il budello ad una settimana di distanza ci sembra un po' più familiare o, sarebbe più corretto dire, appena un po' meno alieno.
In questa fase dell'immersione dobbiamo forzare la spinta con le pinne per contrastare la corrente contraria, che domenica scorsa era totalmente assente, perciò arriviamo nello stesso punto capolinea del passato tuffo in 5-6 minuti in più.
Mentre avanziamo osservando la natura sommersa, le procedure sono sempre le stesse: controllo dell'autonomia dell'autorespiratore, controllo delle rubinetterie, controllo del compagno, controllo dell'illuminatore di rispetto e via di nuovo così metro dopo metro fin quando arriviamo dove 7 giorni fa il mio orecchio fece i capricci costrigendici al dietrofront.
Sotto di noi il sifone è molto più largo della sezione media nella quale fin'ora abbiamo nuotato e s'inclina, stimo ad occhio, ad una quarantina di gradi verso il basso.
Giù lontano in questo gigantesco tubo naturale dentro la roccia, intravediamo sfumato l'alone dalle luci dei tre amici che ci precedono.
Visto che qui è possibile farlo, ci affianchiamo ed andiamo sullo scuro pavimento di sabbia vulcanica fino a 45 metri.
Natura spettacolare che ci godiamo senza comunicarci con segnalazioni, ora superflue.
Siamo ancora sopra il limite dei consumi d'aria da adoperare nel viaggio d'andata stabilito nella pianificazione che abbiamo calcolato con la regola dei quarti. Si potrebbe progredire ancora, però dalle luci che dal basso vediamo capiamo che gli altri stanno iniziando la risalita.
Stabilito quindi il contatto luminoso, ci giriamo ed iniziamo anche noi il rientro.
Ci muoviamo senza peso tra strane architetture speleologiche, sfruttando la corrente che adesso a nostro favore ci farà faticare meno.
Sulla sagola bianca ci sono le "arrows", le freccette di segnalazione di sicurezza contro il disorientamento, potenzialmente sempre dietro l'angolo, con la punta sempre rivolta in direzione certa dell'uscita all'aria.
Un saliscendi, un'ampia curva a sinistra, una piegatura del budello e poi la luce naturale che s'irradia dal tetto d'acqua tremolante sopra di noi.
Riemergiamo nel piccolo specchio da dove ci eravamo infilati nella risorgiva. Tolte maschere e gli erogatori dalla bocca, un fiume di parole sgorga.
Giacinto Marchionni
DIVING & MOUNTAINS
Quando
mia figlia
era piccola,
un giorno
una signora
troppo curiosa
le chiese:
"MA CHE LAVORO FA
IL TUO PAPA' ?"
Lei ci pensò
un po' su.
Poi le rispose:
"LE IMMERSIONI
IN MONTAGNA !"
- Giacinto "zeta zeta" Marchionni
- PESCARA, PE - Pescara, Italy
Da sempre appassionato d'immersioni che ho iniziato in apnea e dal 1981 con autorespiratori ad aria, ossigeno e circuito chiuso.Nel tempo libero rimanente mi arrampico sopra qualche montagna.
Tuffi e scalate li racconto con "filmetti", parole e foto.
31 luglio 2011
--immersioni: "UNA SETTIMANA DOPO: RISORGENZA LA FOCE"
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Grandeeeeee.....io sto già stanco al solo leggere la fatica da voi egregiamente affrontata...
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